Sfogliando un catalogo
Un melograno, una noce o una pesca, una barba e quindi un’altra, poi una carta stropicciata…
Ricerca degli anfratti iperrealistici quale riparo dalla calura siciliana cercato tra i vicoli ombreggiati del centro di Roma, o, forse, quale rifugio dalle incongruenze della vita trovato nella pace di oggetti composti e nel silenzio impresso a visi e sguardi e corpi, rivestiti come per dare loro quiete e riservatezza.
Uno sguardo che penetra tutte le pieghe e concede a tutto ed a tutti, così come a sé, ristoro nella quiete della realtà, che di an-fratti consta, di bucce ammaccate e pelli porose, di rugosità di gusci e cicatrici sugli zigomi, delle note dissonanti e pungenti di materiali accartocciati, di oro e gioielli che, in apparenza magnifici, fungono giusto a distrarre e proteggere.
Coprire per sezionare, dettagliare così da meglio osservare e spaziare, e quindi ritrovare e riunire.
Poche volte realmente velati, i soggetti si scoprono esposti nelle pieghe dei loro involucri.
Vedere l’infranto e desiderare di ricomporlo.
L’identità del manifestarsi, nella terna sacra simboleggiata dalle noci, per un attimo sparpagliate nel loro rotolare ma mai realmente celate dalla maschera esterna di una pellicola, perché a ciascuna di loro viene riconosciuta la propria ombra.
L’unità, fissata sul bianco della tela, di un melograno declinato quasi nei quattro tempi della vita.
La ricerca del vero, del fedele, non in quanto integro, regolare e superficialmente perfetto ma perché è il
Vero, imperfetto. Che viene colto da uno sguardo di universale ed intima pietas, in modo da restituirci alla verità e supportarci, ricreandoci.
E poi, il dettaglio come calma, cifra dominante delle opere.
Mai l’emozione brusca còlta e ritratta, l’eccesso, il contrasto di colori e materie tanto per stupire o appagare l’occhio, l’elemento insolito gettato lì come mero compiacimento.
E poi, ancora, il raccontare.
Raccontare non dei soggetti o, men che meno, attraverso questi di se stessi.
Raccontare il tempo, nei suoi innumerevoli eppur immutabili istanti, così vicini all’identità e sostanza di ogni elemento ritratto. Raccontare l’unità, anche se con tre visi rivolti in direzioni differenti.
Raccontare anche il nostro tempo contingente, maltrattato da una scabrosa carta da pane o rifratto da moderna pellicola, le contorsioni di luce per le contorsioni di vita, i nuovi riflessi e le conseguenti paure.
E l’ancillare minuzia del lavoro dell’artista, che diventa una proposta di pazienza e tolleranza quali strumenti per ritornare dai dettagli ed accadimenti del tutto alla coesione.
Spesso poi sguardi non diretti, perché è allo spazio del tempo del pensiero di ciascun osservatore che il dettaglio rinvia.
E allorquando uno sguardo invece ci cattura, è come se volesse seguirci e non lasciarci, quasi fin dentro noi stessi, là appunto dove compare un’altra immagine di sé, nel blu trascendente.
E, infine, l’equilibrio che ritorna, semplice ed evidente, in un frutto intenzionalmente, asceticamente arancione: integro, primigenio, normale, eterno.
“Iper-realistico”, in effetti.
Il reale come im-pre-visto da noi.
Ecco perché serve, a volte, essere visti.
Nicola Castelli